Perchè fare i Campi di Formazione – Agesci Emilia-Romagna

Perchè fare i Campi di Formazione

Spesso la domanda che aleggia nell’aria quando si parla di ‘Formazione Capi’ è:
Perchè bisogna fare i Campi di Formazione?

La risposa più semplice è perchè ce lo ‘impone’ l’Agesci con le sue regole, peccato che questa risposa semplice sia in realtà anche semplicistica per diversi motivi.

Un primo motivo è legato al fatto che chi partecipa ai campi è un socio dell’Agesci, non è che l’Agesci è un soggetto terzo che con noi Capi non c’entra niente, quindi essendo i Capi TUTTI soci Agesci per loro libera scelta, di fatto, ci si autoimpone di partecipare ai Campi di Formazione.

Tuttavia, l’idea di partecipare ai Campi non è solo una questione di regole, forse dovrebbe essere più una questione di bisogno che ogni Capo dovrebbe sentire per poter fare meglio il proprio servizio nei confronti dei Lupetti/Coccinelle, Esploratori/Guide, Rover/Scolte che la Comunità Capi ci ha affidato e sopratutto perchè nessuno di noi nasce imparato su come educare con il metodo scout, averlo vissuto come educando è un’aspetto, applicarlo come educatore è tutta un’altra questione. Figuriamoci poi quando ci si trova a fare il Capo Gruppo, quello non lo si è neppure vissuto come educando….

Crediamo che gli articoli che trovate di seguito possano aiutare a capire un pò meglio perchè può avere senso partecipare ad uno specifico Campo di Formazione al di là che ce lo ‘impone’ l’Agesci.

Ciao! Mi chiamo Francesco sono capo scout come te e ho voglia di raccontarti cosa penso su quel periodo che in gergo scout definiamo tirocinio e che include anche la partecipazione al CFT (Campo di Formazione Tirocinanti).

Sei appena divenuto capo, lo so, per cui ci andrò leggero e non ti racconterò della complessità del ragazzo che Dio ti ha messo davanti; non ti dirò del deserto relazionale in cui sono immersi i giovani e che spesso ti fa e mi fa chiedere: “ne faccio ancora parte?”. Non invocherò il tuo senso di responsabilità facendoti sentire incapace e, quindi, bisognoso di formazione associativa. Naaa, tutto questo lo sai già, e la tua Co.Ca è il luogo giusto dove riportare ciò che senti dentro quando la situazione coi ragazzi è difficile.

Facciamo un passo in più.

Ciò che ti hanno raccontato sul CFT è tutto vero: il campo di formazioni tirocinanti è una perdita di tempo, essenziale per “imparare il metodo e fare cose” è il CFM, parlare ora del CFA è addirittura prematuro.

Mi chiedo, però, alla fine del mio primo decennio da capo, non so se ho fatto “buone attività” ma, piuttosto, se di fronte ai ragazzi ho conservato la fede in Dio e la fede in loro. Mi domando se credo ancora che Cristo Salvatore abbia scelto me per stare vicino a Simone mentre impara ad allacciarsi le scarpe, a Benedetta che, piangendo, ha paura di partire per l’hike di squadriglia; a Clara, scolta diciassettenne, che non sa cosa le stia succedendo dentro e ti getta addosso ogni dubbio sul suo stato emotivo.

Essere educatore scout non significa “Fare”, non significa neanche “Essere”, come spesso banalmente viene riportato, ma principalmente significa “Stare con”!

Forse qui vi è la distinzione tra fare un campo di formazione perché la Co.Ca me lo impone e fare il CFT. In quei 3-4 giorni spesi da adulto fra adulti, ho l’occasione di fermarmi e ascoltarmi; chiarire le mie domande, le “giuste” domande per poter “stare con” i miei ragazzi (per le risposte ci sarà tempo).

Che cosa significa per me, capo scout del 21°secolo, aderire ad un patto (il Patto Associativo) e come si colloca nella mia vita personale e nella vita di branco/reparto/clan? Dove fonda radici? Dove si ferma la nozione e parte la mia testimonianza?

Certo che, con queste domande alle spalle, l’orizzonte cambia e il CFT diventa momento di confronto sulle scelte fatte e quelle in divenire, luogo per ricollocare la tua esperienza di educando, facendo memoria dei sogni dei passati educatori su di te e ricordando la gioia della vita trascorsa con loro scoprendo, infine, quella per il tempo che trascorrerai con i tuoi ragazzi.

In un mondo che tende a creare linee guide e protocolli per ogni evenienza e per fare in fretta, imporsi un momento per se stessi, che tu possa accettarlo o no, è una perdita di tempo, ma fidati, un’ottima perdita di tempo!!!

Francesco Ghini

Francesca e Lorenzo sono entrati in Co.Ca., hanno fatto il CFT e stanno dando il massimo nelle rispettive staff. La Co.Ca. ha deciso di premiarli con un bellissimo regalo: una SCOUTBOX!

“Evviva! Finalmente una pausa! Apriamola subito!”

Il pacchetto “Insolito fuoriporta” prevede:

  • 8 giorni e 7 notti
  • Pranzi e cene all-inclusive (degustazioni regionali, corsi di autoproduzione, cucina del territorio)
  • Scelta tra varie location in differenti periodi nell’anno (l’offerta è valida anche in concomitanza di ponti e festività)
  • Attività proposte: gioco, avventura, fai da te, trekking, momenti relax, oasi di spiritualità, approfondimento metodologico, testimonianze, ricco programma di animazioni serali, team building, problem solving e tanto altro ancora

Francesca: “Wow! Un regalo fantastico!”; Lorenzo: “Appena arrivo a casa vado sul sito e cerco di prenotare, mi sa che a queste condizioni i posti finiscono in fretta!”. E fu così che Francesca e Lorenzo si iscrissero al CFM!

CFM, primo giorno: “Cosa ti ha spinto a partire?”. Cosa ogni staff ha in serbo per il primo giorno di campo è un segreto, ma prima o dopo, vi sottoporranno una domanda simile. Le risposte sono sempre le più varie, ma alcune non mancano mai:

  • Mi ha obbligato il/la capo gruppo
  • Se non mi iscrivevo non censivano l’unità
  • Sto cercando l’anima gemella
  • Voglio conoscere capi con i miei stessi dubbi
  • Voglio sapere tutto del metodo
  • Ho cambiato branca 3 volte in 3 anni e solo ora so a che CFM andare

Tutte motivazioni validissime; raccontano un po’ di storia dei nostri gruppi e spesso sono una spinta ad assumersi le proprie responsabilità, a vivere a pieno il servizio, a migliorarsi come capi. Pochi però partono con lo spirito di Lorenzo e Francesca!
Prendersi del tempo, per sé e per i propri ragazzi e divertirsi. Vale per i capi che si iscrivono e per i capi dello staff. Un campo di formazione non è un addestramento intensivo di metodo. È un’occasione speciale per fare silenzio dentro di sé e anche per fare molta confusione fuori e dentro sé. La vita ce lo permette sempre meno: esami, lavoro, famiglia, riunioni almeno 3 volte a settimana, uscite, e poi insomma, abbiamo anche una vita fuori dagli scout! 8 giorni di campo sono tanti! Non è facile scegliere cosa sacrificare, ma una volta deciso si scopre in fretta che ne vale la pena, perché per formarci, come capi e come persone, non si può avere fretta, servono pazienza, confronto, tempo per far chiarezza, tempo per divertirsi ed emozionarsi, e poi servirà tanto altro tempo per vivere con i nostri ragazzi, lo staff, la Co.Ca. quello che abbiamo “appreso”. Per leggere un manuale di branca, un estratto del regolamento metodologico e fornire qualche spunto basterebbero poche ore, ma non stiamo preparando un esame in attesa di un giudizio! L’esaminatore sono i nostri lupetti e coccinelle, esploratori e guide, rover e scolte, con le loro storie e che si aspettano da noi qualcosa di più di regole o riassunti. Il più delle volte si aspettano proprio il nostro tempo, la nostra pazienza, il nostro sospendere quello che c’è da fare per ascoltare il loro imprevisto del giorno ed emozionarci insieme. E allora prenditi il tuo tempo e inizia a sfogliare il calendario dei prossimi CFM!

Giulia Zivieri

Chi avrebbe mai detto quando sono entrata in Coca che un giorno non avrei più visto i miei adorati ragazzi tutte le settimane ma mi sarei ritrovata a gestire adulti (si fa per dire…) anche più adulti di me? E pensare che puntualmente alla riunione di Co.Ca. diventano peggio dei miei peggiori lupetti!

Aspetta che ci penso…quand’è che mi è venuta questa idea geniale di fare la Capo Gruppo? Ah si! Non è stata un’idea…ero quella con minor tempo a disposizione…mi hanno fregato maledizione…ogni due per tre spuntano cose e casi nuovi continuamente, e complicazioni a non finire…per fortuna che siamo in due!!

Eh già amica mia…se da quando sei Capo Gruppo o stai per diventarlo hai avuto almeno una volta questo pensiero lascia stare la psicoterapia e cambia passo: partecipa al CAMPO per CAPI GRUPPO!

Eh già! C’è un campo Capi Gruppo; non lo sapevi? Nessun problema, te lo diciamo noi cos’è e cosa si fa…è un campo di formazione organizzato dalla Regione della durata di tre giorni e mezzo circa, pensato appositamente per formare al ruolo di Capo Gruppo; è un campo dove cerchiamo di rispondere alle esigenze più disparate e spesso anche disperate; ora ti starai chiedendo…ma cosa si racconta ormai ad un Capo che ha completato l’iter formativo e che da anni fa servizio?

Ottima domanda…proviamo a ragionarci insieme…beh intanto aver fatto il Capo in unità coi ragazzi, anche per molti anni, non significa (ahinoi) essere in grado di guidare una comunità di adulti; una cosa è partecipare alla Comunità Capi, un’altra è far si che chi partecipa abbia voglia di continuare a farlo con entusiasmo, insieme ad altri Capi magari così diversi per età, per carattere e per scelte personali. Essere Capo Gruppo significa saper accogliere ogni Capo e farlo crescere indipendentemente che abbia un mese, un anno o dieci anni e più di servizio e far dire a tutti, Capo Gruppo compreso: ne è valsa la pena! È poi opinione diffusa che il Capo Gruppo non abbia strumenti metodologici e quindi, dirai tu, che razza di competenza deve avere? Eh no cara mia, a dire la verità gli strumenti non sono molti ma quei pochi fanno la differenza tra un gruppo di Capi e una comunità in cammino; e che dire del cammino sempre irto di difficoltà della catechesi in Comunità Capi? Insomma, abbiamo tanti argomenti da affrontare insieme…ma infine…ci piace pensare che tu scelga di partecipare al campo per ritagliarti un po’ di tempo da dedicare alla tua formazione, per staccare un attimo dall’attività frenetica di tutti i giorni e partire ancora per un campo che altri Capi hanno preparato per te; e poi, detto tra noi, abbiamo un obiettivo molto ambizioso, che è quello di scrivere il manuale del Capo Gruppo…come l’hanno già scritto? Ah, l’hai già letto? Lascia stare…te ne daremo uno nuovo.

Allora scoprirai che alla fine, cara Capo Gruppo, non eri quella che aveva meno tempo a disposizione, ma forse quella che ormai ha meno tempo da perdere.

Don Stefano, Tiziana e Max

Ti senti solo. Avevi già dovuto fare in fretta e furia il CFM l’anno scorso per poter tenere aperta l’unità e quest’anno, per lo stesso motivo, ti devi spostare in un’altra branca e devi rifare la formazione per via del censimento.

Ti senti solo. Dopo tanti anni di servizio nella tua branca preferita alla fine ti sei spostato, ma gli altri capi sono dei super esperti (proprio come tu lo eri fino a prima) e tu non capisci nulla; non riesci neanche a partecipare pienamente alle discussioni di staff.

Ti senti solo. Sei entusiasta di iniziare una nuova avventura in una branca che non conosci, hai una voglia matta di imparare al meglio il suo metodo per offrire il servizio migliore possibile ai tuoi ragazzi, ma tutti i capi che conosci ti prendono per matto e col loro sguardo sembrano dire “ma chi te lo fa fare? Sei già brevettato, non hai bisogno di fare altri campi”.

Oppure non ti senti affatto solo e semplicemente desideri, o ne hai disperatamente bisogno, conoscere e approfondire il metodo della branca nella quale ti appresti a fare servizio.

Per tutto questo c’è il CAM.

Il CAM, Campo di Aggiornamento Metodologico, questo grande sconosciuto, risponde a tutte le esigenze descritte e a molte altre. Si rivolge ai capi che abbiano iniziato la formazione in una particolare branca, o l’abbiano già terminata, e che vogliano approfondire il metodo di una branca diversa da quella del CFM che hanno già vissuto. Si tratta di 3 giorni vissuti nello stile di qualunque altro campo di formazione Agesci, interamente dedicati all’approfondimento del metodo di una particolare branca; una sorta di CFM ristretto e concentrato solo sugli aspetti metodologici specifici della branca.

Soprattutto, però, si tratta di una fantastica occasione per confrontarsi con altri capi come te, con le tue stesse esigenze, con dubbi simili, con competenze e conoscenze diverse e complementari, in modo da crescere insieme. Un campo da vivere nello stile dell’incontro tra adulti, dove ciascuno può portare un pezzo della propria esperienza utile agli altri.
Un modo per arricchire il tuo servizio e, semmai ce ne fosse bisogno, per non sentirti più solo.
Sergio Maldotti

Sono un camminatore.
Nessuno mi fermerà.

Una sera arriverò dove brillano nuove stelle,
dove si diffonde un nuovo profumo;
dove due occhi mi guardano dolcemente. (R. Tagore)

Il Campo di Formazione Associativa fa parte del percorso formativo di base previsto dalla nostra Associazione, il terzo momento, dopo CFT e CFM, un altro buon passo verso la piena consapevolezza di essere protagonisti della nostra crescita come persone e capi.
Gli elementi che vengono maggiormente presi in considerazione sono:
– la capacità di tessere rapporti maturi e responsabili con ragazzi ed adulti
– la scelta cristiana e la scelta politica
– la scelta di servizio in Associazione realizzata con competenza pedagogica e metodologica
Alcuni consigli per una partecipazione felice al CFA (e a tutte le esperienze formative)
 
esci dalla tua terra
bisogna scegliere serenamente il campo e godere di una settimana tutta per sé: Esclusiva, riservata, privilegiata. Cercare di tenere lontani i pensieri di ogni giorno. Abbandonare con fiducia certezze e abitudini per accogliere ciò che è altro e l’altro.
 
non siamo soli
come in tutte le esperienze formative, è importante il prima e il dopo.
La Coca sarà vicina a chi parte e a chi ritorna da un campo in entrambi i momenti, perché ogni tappa del cammino formativo di un capo si deve necessariamente miscelare con la vita della Comunità, i passi e le esperienze diverse sono sempre elementi di risonanza e di crescita per tutti quanti.
 
il bel paese
nel calendario dei CFA si trovano tante date. Si vuole venire incontro alle diverse esigenze e disponibilità dei capi. Si realizzano in tanti luoghi diversi, ma non solo per facilitare gli spostamenti. La nostra Italia è proprio bella e normalmente i campi presentano un forte legame della proposta di campo con il territorio in cui si svolgono. Fanno scoprire e conoscere tanta bellezza, realtà locali, eventi, storia, testimoni straordinari. Mi piace anche pensarlo come un modo per suggerire un metodo di approccio al nostro ruolo di educatori, che prevede conoscenza da cui scaturiscono rispetto e appartenenza.
 
è bella la mia storia
senza timore aprire il proprio cuore. Il campo darà centralità all’aspetto della cura di sé: essere capo scout significa essere una donna e un uomo, un cristiano, un cittadino formato. Si troveranno occasioni per una rilettura approfondita delle esperienze personali. In questi ultimi anni dai partecipanti emerge una forte sete di cura di sé, forse perché rimane, probabilmente per i tempi frenetici, insoddisfatta nella quotidianità.
 
concerto in fa maggiore
al CFA vince il confronto. Le competenze vengono esplorate, confrontate, approfondite, con lo stile della ricerca. Possiamo immaginarcelo come il lavoro di un’orchestra, una di quelle orchestre non stabili, ma che vengono allestite occasionalmente. Radunano stimati maestri, abili professionisti, ognuno col suo strumento, la propria capacità artistica, la propria storia. Non si conoscono, ma provano e riprovano, così nello scambio e lavoro vicendevole cercano di migliorare e affinare tecnica e sensibilità per suonare bene insieme, per raggiungere un’armonia.

Infine ogni cammino, pellegrinaggio, impresa alpinistica, viaggio interiore che sia, presuppone un ritorno alla quotidianità. Dal campo si tornerà probabilmente con nuove domande, ma con rinnovata forza ed energia, con lo zaino colmo di stimoli, alcuni da provare subito, alcuni da rilanciare anche agli altri capi, col desiderio di camminare ancora.

Il desiderio è il cammino e il cammino è il desiderio,
nella lunga strada che conduce, al di là degli oceani, delle montagne elevate
e nel contempo nel più profondo del  cuore umano, fino alle sorgenti meravigliose dell’Amore.
(Lo spirito dei piedi)

 

Cinzia Pagnanini

Esisteva un tempo, non tanto lontano – in verità -, in cui le cose imparate in età giovanile avevano un valore permanente. Se volevi imparare a fare il ragioniere, il calzolaio, il meccanico, il panettiere, il prete … c’era un periodo della tua vita in cui “imparavi il mestiere” che avresti svolto per tutto il resto della tua vita.

Anche per un educatore le cose funzionavano più o meno così: quando avevi imparato a “trattare” con i ragazzi di una certa età, acquisivi competenze che potevi spendere nel corso di tutto il tuo servizio educativo… Ma quel tempo è passato!

I rapidi mutamenti del contesto e i diversi processi di educazione e formazione che sono in atto, ci portano alla chiara consapevolezza, che la formazione debba essere permanente e che nessuno tra noi si possa dichiarare esente da tale esigenza di formazione.

Ma, detto questo, come si attua questa benedetta formazione permanente? Provo ad indicare alcune piste emerse anche dal confronto con altri formatori.

– Vivere il quotidiano con occhi e cuore aperto a ciò che accade e che mi provoca. La formazione non è solo frutto di corsi, stages e convegni, ma è la capacità di stare nel quotidiano in modo adulto e consapevole, lasciandosi provocare e – direbbe papa Francesco – inquietare. L’inquietudine provoca domande e le domande portano ad una ricerca; questa apertura alla ricerca è la prima e più importante pista di formazione permanente.

– Abitare in modo significativo gli ambiti di confronto comunitario a vari livelli, per condividere le domande e i percorsi di ricerca. Questi ambiti per noi sono la Co.Ca e la Zona, ma anche un consiglio pastorale o un’assemblea diocesana, così come un consiglio comunale o un consiglio di classe. Se non riduciamo il nostro incontrarci a risolvere dei problemi o ad organizzare eventi, se abbiamo il coraggio di stare di fronte alle domande importanti che ci vengono dal nostro rapporto con i ragazzi e i giovani e cerchiamo insieme delle piste e delle risposte, facciamo diventare questi momenti una bella occasione di formazione permanente.

– Concedersi in ogni unità di tempo (giorno, settimana, mese, anno), un periodo in cui sto di fronte alla realtà, alle persone e al mondo, non a partire dal “secondo me …”, ma assumendo il punto di vista di una persona autorevole e significativa (Dio, un maestro di pensiero e di vita, un educatore, un altro adulto, un docente, un artista…) che mi aiuti a vedere la realtà e il mio impegno educativo con un altro sguardo, uno sguardo che mi consente di allargare il mio orizzonte e di crescere nella comprensione della realtà. Un momento di preghiera, la lettura di un libro, la partecipazione ad un convegno o ad un evento formativo in associazione, un corso universitario … Non importa quale sia il mezzo; l’importante è che io trovi il coraggio per riconoscerlo come necessario per me e la modalità concreta per concedermelo.

E poi il resto verrà da sé perché come si sa, l’appetito vien mangiando.

 

don Andrea Turchini

Ho avuto l’onore di servire  la nostra AGESCI nel ruolo di Capo Scout d’Italia e oggi posso dire ripensando a quella esperienza che il momento più bello e significativo che periodicamente (nella norma mensilmente) si ripeteva, era quello della firma degli attestati di nomina a capo che, dopo la firma degli Incaricati alla Formazione Capi , vengono sottoscritti da Capo Guida e Capo Scout.

Mentre firmavo quella carta patinata mi passava davanti un film… Il film della storia di Alberto, Giovanni, Chiara, Alessandro, Sara, Giulio, e dei tanti altri capi, i cui nomi erano scritti sugli attestati di nomina. Un film fatto di tante storie scout vissute in uno dei quasi duemila gruppi AGESCI…, magari Alberto era entrato da lupetto poi era cresciuto e si era appassionato continuando la propria vita scout; forse Chiara era la mamma di una guida che era stata coinvolta negli Scout perché nel gruppo c’era bisogno di adulti per rafforzare la Comunità Capi; chissà, forse Giulio era entrato nei lupetti, poi era uscito quando doveva passare in reparto e poi si era convinto a rientrare in clan e al momento della partenza aveva capito che il servizio di capo faceva per lui; e poi tanti altri i cui nomi passavano sotto la mia stilografica, ciascuno con la propria storia fatta di sacrifici per mettere assieme studio, lavoro, famiglia, scout, e le tante altre cose della propria vita ma anche ricca di soddisfazioni nel vedere i lupetti del proprio branco o le guide o i rover crescere, divertirsi, diventare uomini e donne, anch’essi pronti per la vita!

Ebbene sì, cari amici, per me firmare le Nomine a Capo era questo! Sapere che loro avevano raggiunto una meta ed erano pronti a continuare il loro cammino di educatori scout!!!

Ma certamente anche per loro era una meta raggiunta e una ripartenza per il futuro… Indossare il fazzolettone grigio tortora con il rettangolo del tartan dei MacLaren e la Wood Badge con i due grani di legno ed appendere nella parete più bella del proprio studio o della propria camera la nomina a Capo sono certo li facesse  sentire ancora di più parte integrante del Movimento Scout:  Capi brevettati riconosciuti tali ovunque nel mondo!!!

E la cosa più bella è che nessuno li aveva obbligati a completare questo percorso di Formazione Capi iniziato con un CFT, poi un CFM poi un CFA e con tanti altri eventi di “formazione continua” che avevano infarcito gli anni precedenti e auspicabilmente avrebbero arricchito anche quelli a venire!!

Nello Scautismo non c’è niente di automatico, tutto è cercato e tutto è voluto: chiedere la Nomina a Capo, con la condivisione della propria Comunità Capi, per un adulto scout che ha terminato il proprio iter di formazione, credo sia per ciascuno uno dei momenti più ricchi di libertà e di autorevolezza e di proiezione verso il servizio a cui si possa ambire.

Facciamo che sia così e che l’orgoglio di appartenenza al Movimento Scout ed alla nostra AGESCI certificati dall’essere Capo W.B. rimangano anche per il futuro la stella polare dei nostri adulti scout!!

Eugenio Garavini
Capo Scout d’Italia dal 2005 al 2010

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